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Pausa caffè

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E a settembre?

Written By: Lady Tablet - Mag• 07•20

“Forse l’ultima volta che vedrò lei e i suoi colleghi sarà in videochiamata” è l’inizio del messaggio ricevuto in piena quarantena da Covid-19 alle due di notte da uno studente. Voleva suicidarsi? No, semplicemente era insonne, preso dai ricordi dei sui ultimi cinque anni liceali e voleva contattarmi per ringraziare per tutto quello che noi insegnanti avevamo fatto per lui. Penso spesso al suo messaggio come all’esempio della situazione che la scuola sta vivendo. La mancanza di quotidianità pesa come un macigno sui nostri studenti, ma anche su noi docenti (ero anch’io insonne e preoccupata per la situazione). È estremamente difficile essere efficaci nell’insegnamento come prima, essere certi dell’apprendimento dei nostri alunni, ma ancora più arduo è essere realmente loro vicini in un momento straordinario ed epocale come questo. Il nostro supporto può essere efficace se è già vivo un rapporto consolidato in presenza. In caso contrario diventa davvero improbabile costruire a distanza una solida base di collaborazione fattiva. Mancano quelle opportunità di ricambiare in aula le richieste di aiuto con una parola che, detta al momento giusto, si trasforma in consolazione e in stimolo. Il mio pensiero va quindi inevitabilmente a settembre e alle classi di nuova formazione. Insegno in un liceo artistico, il Frattini di Varese, e mi domando come potremo conoscere ognuno dei 30 studenti delle nuove classi. Viste le dimensioni delle aule, prevedo un tripla turnazione per avere 10 alunni in presenza a lezione. Chi poi insegna una o due ore a settimana, vedrà ogni studente un paio di volte al mese. È vero che gli alunni seguiranno anche online, ma occorre valutare diverse variabili: serviranno strumentazioni di alto livello e una rete scolastica più che performante, possibilità per ogni studente di stare connesso fino a otto ore al giorno (35 ore settimanali per il nostro liceo). Occorreranno soprattutto docenti con superpoteri in grado di spiegare, controllare gli alunni in classe, coinvolgere  contemporaneamente quelli in videoconferenza, favorire la socializzazione e verificare anche che in ogni situazione vengano rispettate le norme di igiene, di sicurezza e di distanza fisica. In un contesto del genere, come sarà possibile trovare uno spazio per riuscire a conoscere i nostri studenti, per suggerire loro strategie operative efficaci, per essere davvero artefici del loro apprendimento? Non è forse questa nostra azione che distingue l’apprendimento in classe dalla mera conoscenza che potrebbe offrire uno dei tanti video su YouTube? Sembra si preferisca investire sulla didattica a distanza, pur conoscendone i limiti sia sul piano didattico sia su quello educativo ed umano, piuttosto che considerare soluzioni efficaci per quella in presenza. Come docenti ci siamo poi dovuti reinventare nella nostra modalità di lavoro e dimostrare una flessibilità oraria che ha completamente annullato i tempi di riposo per una messaggistica che ormai è senza controllo e ci porta istintivamente ad essere reperibili in ogni momento.Mi permetto quindi di condividere queste riflessioni con l’Onorevole Ministra Azzolina e con tutti coloro che con Lei collaborano per supportarci in un momento così difficile. Chiedo quindi di considerare, almeno per le classi di nuova formazione, un numero di alunni che si aggiri a 20, 22 al massimo. Aggiungo inoltre che, poiché il numero degli iscritti alle nuove classi sarà inferiore perché a giugno non ci saranno non ammessi da inserire, si tratterebbe di confermare almeno classi e organici dell’anno scolastico in corso. Sarebbe la garanzia di una buona partenza e la certezza di poter destinare energie anche agli studenti che già conosciamo e che sicuramente continuano ad aver bisogno del nostro lavoro, ora più che mai.


Maria Talamona, docente, animatrice digitale e collaboratrice nel Liceo artistico “A. Frattini” di Varese

Computer VS carta a scuola (e non solo…)

Written By: Lady Tablet - Apr• 18•13

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Mi viene sempre più spesso chiesto cosa io pensi dell’uso dei tablet/netbook a scuola. Chi mi conosce sa benissimo quanto ami smanettare con i PC e quanto adori sperimentare con le nuove tecnologie: mi piace stupire i miei ragazzi avvicinandomi al loro mondo per cercare di portarli anche un po’ nel mio. Negli ultimi anni però l’uso delle tecnologie informatiche sembra sempre più finalizzato a se stesso che non a un proficuo utilizzo. L’informatica deve insomma semplificare la vita e non complicarla: è questa a mio parere la prima regola che bisognerebbe rispettare. Quando allora ha senso utilizzare le TIC (Tecnologie Informatiche della Comunicazione) a scuola? Solo in due casi:
– se migliorano la qualità dell’apprendimento
– se agevolano il docente nell’organizzazione quotidiana del suo lavoro.
In tutti gli altri casi rappresentano una perdita di tempo e di energie.
Come migliorare quindi la qualità dell’insegnamento? Attraverso l’uso di strumenti che possano meglio rispondere alle mutate modalità di apprendimento degli studenti. Serve però avere sempre il polso della situazione: occorre far seguire all’iniziale entusiasmo una passione che non si esaurisca subito, ma che produca risultati apprezzabili dal punto di vista del prodotto e dell’impegno dimostrato dai nostri alunni. I nuovi testi digitali, tanto sbandierati come panacea dai vari progetti come “Generazione Web”, sono dei semplici PDF (copie) dei testi di carta. Qual è allora il vantaggio di un testo digitale se non presenta link, immagini animate e in 3D, presentazioni multimediali o video? Non è forse meglio il classico libro cartaceo che si sfoglia facilmente e fornisce la visione della doppia pagina, che permette sottolineature e veloci appunti senza che ci sia il rischio che ogni tre per due tutto venga cancellato con l’ennesimo aggiornamento del software? Perché insomma costringere entro poco più di anno, come previsto dalle nuove direttive minesteriali, tutte le scuole ad adottare il testo digitale o misto? Che senso ha per i bambini di sei anni dover cercare di completare su un’immagine statica quelli che erano gli esercizi da svolgere sul libro? Saranno in grado invece le case editrici di stravolgere tutti i loro testi per rincorrere questa forzatura? Riusciranno soprattutto a trovare un programma, possibilmente che non abbia il monopolio in tutta Italia come succede ora, che li tuteli dal punto di vista del copyright pur permettendo animazioni e arricchimenti multimediali nel testo? Ai posteri l’ardua sentenza.

Qual è il miglior docente?

Written By: Lady Tablet - Apr• 12•13

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QUALE CONFINE CI DEVE ESSERE TRA ALUNNI E DOCENTI?

Quanto noi insegnanti siamo responsabili nei confronti dei nostri studenti? Siamo solo proff o anche educatori? E, nel secondo caso, fino a che punto? Questi i temi di una piacevole chiacchierata con un futuro insegnante.
Probabilmente ognuno darebbe una risposta diversa perché ognuno di noi è unico. E la stessa unicità si evidenzia nel rapporto con i nostri ragazzi. Questo aspetto per me ha sempre manifestato un’incognita in quanto spesso mi è sembrato incoerente l’atteggiamento di alcuni alunni che da un canto apprezzavano il professore severo, preparatissimo e inarrivabile, ma dall’altro lodavano anche l’altro insegnante umanamente presente, volenteroso, disponibile e in gamba. Come è possibile? Cosa può accomunare due figure professionali così diverse? Mi tornano alla mente le parole di chi mi ha dato indicazioni per il mio orientamento universitario; diceva: “per essere un buon insegnante devi sapere, sapere insegnare e aver voglia di farlo”. Credo sia questo ciò che gli studenti colgono in prima battuta di ogni prof. Tutto il resto è la manifestazione di come vogliamo porci e diventa una tessera di puzzle che fornirà ai nostri giovani l’immagine della complessa società in cui vivono.
Personalmente non riesco a non cercare di creare un legame forte con la classe, ovvero con ciascuno, ma proprio ciascuno, dei suoi componenti; ciò implica un impegno maggiore in termini di tempo, di attenzioni e di coinvolgimento, ma ne vale la pena. Unica grande difficoltà resta quella di sapere staccare la spina al momento giusto per poterla usare per ricaricare le batterie, dedicando tempo alla famiglia e a se stessi. Solo così riesco a trovare il giusto equilibrio per entrare in aula col sorriso e a casa serena.